CARO JACQUES, TI SCRIVO …

CARO JACQUES, TI SCRIVO …

L’amico Jacques de Molay da tempo sta combattendo una battaglia campale per mettere in evidenza alcune “storture” del sistema in cui ci troviamo oggi.

Storture che sono prevalentemente di impostazione macroeconomica e che lui fa risalire alla fine degli anni ’70. Ci descrive, con dovizia di particolari (perché molti, oggi, sono disponibili ed altri, sempre oggi, possono essere letti in maniera più chiara) come ci sia stato un processo di progressiva disgregazione dello stato sociale a favore di politiche liberistiche, asservendo tutto alla finanza.

La mia cultura (non solo economica) e competenza è un granellino di sabbia rispetto alla sua spiaggia chilometrica (e non lo dico per piaggeria, ma per ammirazione ed un po’ di invidia), ma ci sono alcune riflessioni che mi piacerebbe condividere.

In particolare, credo che le idee e soluzioni che lui propone manchino di un tassello che io, invece, credo essere fondamentale: una “rivoluzione” culturale del nostro essere Italiani.

Per inquadrare il contesto che mi ha formato, sono “cresciuto” a cavallo fra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Rispetto agli altri ragazzi della mia generazione ho avuto la fortuna di crescere anche in un contesto internazionale, andando a scuola con ragazzi di varie nazionalità: questo ha formato il mio “orgoglio” nazionale ma mi ha anche consentito di entrare in contatto con le mentalità degli altri e vedere, di convesso, alcuni nostri difetti.

Da ragazzo ero un europeista convinto. Lo eravamo forse in tanti, anche perché – pregio e difetto di noi Italiani – ci facciamo prendere dalle passioni del momento senza guardare avanti. Ricordo che a metà anni ’90, quando era uscito un sondaggio che faceva vedere come oltre il 90% della popolazione italiana fosse a favore dell’Europa, avevo pensato che eravamo i soliti … Col senno di poi, forse ci avevo preso.

Oggi l’Europa (se per Europa intendiamo qualcosa che non sia solo uno spazio economico, ma uno spazio culturale e sociale) ci sta tradendo. Quanti di noi avrebbero voluto che la dichiarazione delle Presidente dell’Albania di ieri (“non siamo ricchi, ma neanche privi di memoria”) fosse quella che arrivava da Bruxelles e dagli altri Paesi. E se facessimo un sondaggio, probabilmente lo stesso 90% della popolazione italiana voterebbe per l’immediata Italexit, anche questa volta senza sapere bene che cosa significhi.

L’amico Jacques, dicevamo, ritiene che sia venuto il momento di riportare indietro le lancette dell’economia, andando a riprendere e modificare una serie di decisioni che hanno condizionato l’Italia (ma non solo) negli ultimi 30 anni. Si tratta di superare, ad esempio, lo schema del vincolo di bilancio (venduto da Bruxelles come se fosse la panacea di tutti i mali) e far sì che lo Stato possa riprendere ad effettuare investimenti e spese nell’ambito del sociale. Oggi la “finanza” (in senso lato) guida la vita di tutti noi, anziché essere uno degli elementi in gioco.

Sono abbastanza d’accordo con lui (non su tutte le misure che propone), ma intravedo un problema da risolvere in parallelo: gli Italiani.

Abbiamo dimostrato nel tempo che siamo “cicale” che si travestono da “formiche” solo se ce lo impongono. Riusciamo sempre a trovare un alibi a comportamenti egoisti ed individualisti in modo che poi, se ci beccano, sia sempre pronta la scusa. E chi viene preso sa che, alla fine, gli altri saranno indulgenti, perché vige la logica del “volemose bene”.

Voglio dire che, a mio parere, perché le idee di Jacques possano essere messe in pratica senza generare più danni di quelli attuali, occorre che, in parallelo, ciascuno di noi accetti finalmente l’idea di essere Cittadino. Accetti l’idea che per rivendicare dei diritti devo prima fare il mio dovere e non il contrario, come invece di solito accade. E, soprattutto, che se violo i miei doveri la punizione esiste e sarà applicata senza scuse.

Non so se avete sentito la risposta di Putin alla giornalista che segnalava le speculazioni di alcune farmacie sul prezzo delle mascherine, più che raddoppiate: “togliete loro la licenza”. Ecco, la pena deve essere certa e tale da rendere non vantaggioso fare i furbi.

Credo fortemente nell’importanza dello stato sociale. Credo che faccia parte del DNA della nostra popolazione e questo ci deve rendere orgogliosi. Ma, anche per questo, vorrei che chiunque ne abusa sappia che, da domani in poi (il passato, purtroppo, non si può cancellare) passiamo a tolleranza zero.

Sei un medico e fai un certificato falso per un invalido? Ti licenzio, ti levo l’abilitazione e non puoi più esercitare; e al falso invalido nessuna pensione, neanche quella di anzianità. Sei un medico/infermiere e svolgi delle attività in nero sfruttando il SSN? Ti licenzio, ti levo l’abilitazione e non puoi più esercitare. Utilizzi risorse dello Stato non avendone diritto (es. acquisisci benefici con ISEE false, abusi di strumenti di sostegno)? Vai in carcere senza passare per il via. E potrei fare altri mille esempi.

Non so se queste misure siano dittatoriali. A me pare che debbano far parte di un nuovo patto sociale fra tutti i cittadini: solo rispettando lo Stato possiamo andare a metterlo in condizione di tornare a fare lo Stato (e, forse, riusciremo anche ad avere dei rappresentati politici di spessore).

Se non facciamo questo passo, se continuiamo a far prevalere la logica di de-responsabilizzazione dell’individuo che è diventata imperante negli ultimi 40 anni, finirà che sulla scia della necessità immediata lo Stato – giustamente e doverosamente – interverrà, ma poi fra due o tre anni, ci ritroveremo al punto di partenza: qualcuno sarà stato realmente aiutato, molti ne avranno approfittato, qualcuno ci avrà speculato sopra. E gli Italiani continueranno ad insultare l’Europa, la destra, il centro e la sinistra senza mai incazzarsi con loro stessi e con l’ennesima occasione perduta.

Circa l'autore

Articoli recenti

Rubriche