Dedalus

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Genova? Una cosa difficilmente spiegabile. In assoluto. Un poliedrico sistema di diverse entità, tutte conviventi una nell’altra o con l’altra, che ne hanno caratterizzato la secolare indecifrabilità. Tutto dipende dal punto di osservazione, ma al contempo tutto dipende, a parità di punto, da ciò che si presenta di volta in volta.

Calcisticamente è un aspetto tutt’altro che banale, perchè racchiude in se tutta quella schizofrenia che ne ha caratterizzato i secoli di storia. Non riesco a spiegarmela, non riesco neppure ad immaginarla, riesco solo a pensare due cose: che non me la toglierò mai di dosso e che più che un biografo ed uno storico di settore, il Genoa necessita di Jung e di Pauli messi insieme, quanto meno per cercare di trovare il bandolo della matassa.

Altro non riesco a dire, salvo ricorrere al grandissimo e imperdonabile errore di tre anni fa. Un errore che si evidenziava tale già prima di essere commesso. E tuttavia lo fu. Che volete che vi dica? Saranno le poveri sottili. Non trovo altra spiegazione.

Ma in fondo è così pur andando dietro nei secoli. Di storia ce né da estrarre, senza poi scavare tantissimo come devono, invece, altre realtà spesso impalpabili. Ma, come disse Roberto Lopez, parliamo più di una storia di genovesi che non di Genova in quanto tale. Eh si perchè, nonostante già ai tempi di Carlo Magno i genovesi fossero attivi nella marineria, seppure di cabotaggio che allora andava sostanzialmente dall’attuale Versilia fino a Saint -Tropez e Provenza, includendo Corsica e Sardegna (in questo in collaborazione, allora, con Pisa), allo scopo di arginare sul mare le mire espansionistiche dei Mori di Spagna e di Tunisia verso l’Europa, Genova non si sviluppò mai in una struttura statale forte ed univoca, come invece fu per la Repubblica di Venezia ed in seguito per il Ducato di Savoia.

E restò nei secoli un insieme di individualità che ricalcavano già una struttura di Stato tanto amata da certi economisti. I domini d’oltre mare, seppure sotto il cappello della Repubblica, erano quasi sempre iniziative di singoli. La Repubblica era individualità che nel frattempo avevano acquisito finanze e struttura militare per i propri possedimenti. La Repubblica ne nominava un capitano. Che ovviamente avrebbe avuto percorsi di potere personalizzati. Che poi Repubblica non si chiamò, se non a partire dal 500, a fasti medievali ormai al tramonto.

Fu così in quasi tutte le occasioni, Meloria inclusa, dove gli ammiragli (e dunque anche gli armatori) guida furono le famiglie D’Oria e l’ammiraglio Benedetto Zaccaria, un nome non molto conosciuto se non agli storici, ma un personaggio di gran rilievo sia commercialmente, sia industrialmente (possedimenti di miniere di allume a Focea) sia politicamente e militarmente (creatore dei cantieri navali di Rouen, primo ammiraglio della flotta francese e ideatore del primo blocco navale della storia contro l’Inghilterra, dalla Normandia alle alte Fiandre). Storia di Genovesi.

E poco importa se quasi subito dopo la bandiera genovese divenne quella d’Inghilterra, se il Banco di San Giorgio nei secoli futuri divenne l’ossatura della Banca d’Inghilterra e se le compere di San Giorgio furono poi le radici della Compagnia delle Indie.

La Repubblica di Venezia restò, standing still, sostanzialmente tale fino al 700, ormai da almeno duecento anni costretta però all’Adriatico, poco mediterraneo dell’est e ancor meno Mar Nero, zone abbandonate da tempo dai mercanti e dai navigatori genovesi spodestati dai Turchi, che avevano però focalizzato l’attenzione sull’Atlantico, in appoggio agli spagnoli dei quali erano divenuti di fatto i banchieri. Ed ecco lì, di nuovo, l’anticipo della storia odierna, un mondo dominato dalla finanza. Dai Genovesi ma anche dai fiorentini e senesi, dai veneziani stessi e dai banchieri di Bruges (dove c’è la loggia ed il palazzo dei genovesi) della lega hanseatica del nord. Dominavano finanza e commercio. Banche e compra-vendite. Pur in presenza di un substrato artigianale che avrebbe costituito l’industria futura.

Vista così sembra un crescendo rossiniano di rulli di tamburo. Una marcia inarrestabile di una potenza che assume, come l’acqua, le forme del tempo. Soprattutto se si pensa che la repubblica non aveva un vero e proprio esercito. Aveva delle specializzazioni quasi professionali: in marina e a terra. Gli arcieri ed i balestrieri, ad esempio. E invece, statualmente, aveva un’intelaiatura statica, poco strutturata, eterogenea fatta di alleanze “mobili” fra potentati.

Per dare fiato alla rivolta di Balilla fu necessario il popolo, giacchè le famiglie uber alles dell’epoca già si erano accordate con gli invasori. Conveniva perchè, riconoscendo la dominazione altrui, avrebbero mantenuto tutte le loro “influenze” locali. Erano di fatto nati i Maniman. Una Genova dunque mutata nella sua struttura e nella sua psicologia. E forse i tempi erano maturi rispetto a sommovimenti che in Gran Bretagna avevano già tagliato la testa ad un re e soli 50 anni dopo in Francia avrebbero fatta cadere un’altra corona.

Ecco che entra finalmente anche il popolo nella storia genovese. Lo stesso che esattamente cento anni dopo si sollevò contro gli esiti del Congresso di Vienna, dove due repubbliche millenarie furono cancellate arbitrariamente. E di nuovo con silenti complicità. Si scrive che i morti fatti da La Marmora e dai bersaglieri, che infatti mai più poterono mettere piede in città, furono oltre 20 mila. Ma lì, esattamente lì, fu cantato in processione dal santuario di Oregina fino in centro, per la prima volta il Cantico degli italiani.

E meno di 50 anni dopo nacque, per i genovesi, il Grifone. Quel fenomeno paranormale che, è evidente ormai, oltre a dover acquisire qualche aggancio in più nelle stanze le cui modalità di gestione sono state fissate da numerose intercettazioni telefoniche, deve acquisirne uno ancora superiore presso i gestori dei destini. Perchè la lettura del Grifo mi appare, ormai da tanto tempo, del tutto indecifrabile. Come se niente potesse essere fatto. Come se niente possa servire. Una storia al contrario, dove Genova non solo non è più madre né sorella, ma ne è addirittura nemica.

Meloria
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