
GLI SCACCHI

Saltavo dalla radio alla chat di Facebook, insomma ieri facevo movimento, sicuramente mi muovevo più io di quelli in campo e l’amara conclusione è la seguente: basta giocare a scacchi. Una squadra anche se consapevolmente inferiore per caratura tecnica e fisica, con diverse lacune in alcuni ruoli, se crede di indossare una maglia importante come quella a quarti del Genoa, non si mette lì a guardare l’avversario, improvvisando un ipotetico schema scacchistico, perché con quel metodo ne prendi subito due nei primi 13 minuti, i giovani pedoni poi si spaventano, iniziano a domandarsi quanto riusciranno a contribuire alla salvezza e chi ci va di mezzo è l’allenatore sul quale per comodità, calano come avvoltoi, le critiche. E’ da un po’ troppo tempo che si gioca a scacchi, garantendo in questo modo una Società nel caos e che comunque dispensa e garantisce lo stipendio a giocatori e staff. Pare che giocare a scacchi tutto sommato convenga, stare fermi in campo alimenta la contestazione tra tifosi e società, muove al risparmio nelle scelte tecniche e consolida elementi fedeli alla causa perché la storia dei ritorni alla maglia indossata in gioventù, tra i tifosi, rincoglionisce anche i più scafati. Con ciò, forti nello statico gioco degli scacchi, progetti a lungo termine se ne possono fare proprio pochi, il pallone nel Genoa ormai si vive alla giornata, in un caos a cui Mao Zedong era legato: ”Grande è la confusione sotto il cielo, quindi la situazione è eccellente!”. Scacco matto.