
Immobili sul filo

Non abbiamo colpe; non ne ha la bambina che sta nel giardinetto condominiale con la sua mamma che – senza poter lavorare – trova comunque il modo di fare qualcosa di bellissimo.
Non ha colpa di essere già debitrice di fantomatici “spreads”, a cui si aggiungeranno gli oneri di un prestito ulteriore, necessario per poterle garantire una sopravvivenza appena dignitosa.
Non ha colpa se l’amore con cui la sua giovane e smarrita mamma la guarda è intriso d’angoscia, non per il timore che cada o si punga, ma per il suo domani: per il futuro di lei e di sè stessa.
Miry – la mia gatta – le guarda dal poggiolo, attratta da versini e gridolini: io osservo e provo (ancora una volta) quanto può essere dolce la vita in una cornice primaverile e quieta; sento con tutto me stesso il valore della semplice Bellezza naturale, della pace, della tranquilla esistenza umana.
Non abbiamo colpe. Nemmeno io, in questo istante, ne ho.
Eppure non posso nemmeno scendere a tirarle una palla, nè a fumare una sigaretta con la mia compagna e il fattorino mascherato della BRT, metterei tutti in imbarazzo.
C’è una griglia, a recintare il giardinetto, cui s’appoggiano roselle primaticce, un pezzetto di siepe e le manine della bimba, a sbirciare oltre: una strada inaccessibile, lungo la quale si affacciano altri piccoli reclusi. Intanto il debito della sua mamma cresce, intanto la Germania stampa 550 miliardi di euro gratis, per il sostegno alla piccola gioventù ariana.
Rientro in casa: il solicino non sembra nemmeno più tanto caldo e il cielo neanche troppo blu; molti credono ancora in dio – penso – e lui, come sempre e come forse è giusto, tace. Quel che mi sorprende, all’improvviso, è considerare che anche la chiesa tace: proprio in una circostanza in cui i credenti avrebbero il maggior bisogno di speranza e carità, di fratellanza e sostegno spirituale.
Esattamente come fu nel tempo di altri bambini reclusi, sempre per il bene della piccola gioventù ariana; altri abitini, ma le stesse mani appese alla griglia, le dita libere e le nocche imprigionate, insieme alla coscienza. Quando arrivarono giovanotti ad aprire, quelle mani non riuscivano a staccarsi, ormai abituate ed infine affezionate alla schiavitù, unica condizione di vita rimasta.
Vorrei, vorrei adesso, che qualche figlio di contadini, di operai o di scienziati, con la stella Rossa sul berretto, venisse a liberare tutti tutti i figlioli della strada.
Stamattina ho visto zombies aggrappati ai carrelli del supermercato; in fila ordinata, ben distaccati l’uno dall’altro, con mascherine igieniche e guantini chirurgici: nonni con la lista della spesa in mano, donne dagli sguardi assenti, ognuno solo e silenzioso nei suoi propri doveri, nelle sue personali incombenze e dolori. Dimessi e malvestiti, stanchi di prima mattina. Stanchi.
Anche per loro vorrei una canzone che non fosse cacofonia di singoli balconi, come la risata di 1000 bocche con un dente solo…ma un vero inno di Libertà cantata da persone che si toccano, che si tengono per mano.
Vorrei non sentirmi semplicemente un uomo, con il suo carico di responsabilità, che ricorre allo sgambettare di una creatura innocente per sentirsi immune, per immaginarsi vivo: vorrei essere cittadino di un Popolo – finalmente – per condividere il male e trarne qualcosa. Per associarmi alla vergogna di un mondo reso infame da una Storia sempre uguale e sempre atroce.
Vorrei la Rivoluzione, quella piccina delle mie mani appese alla griglia di Marassi, che potevo staccare in ogni momento per applaudire, per esultare, per abbracciare la mia gente. Che potevo usare – in sogno – per abbracciare il Domani, insieme a tutti.
Senti le persone cantare? / Cantare la canzone degli uomini arrabbiati?
È la musica della gente / Che non sarà mai più schiava!
Quando il battito del tuo cuore / Echeggia il battito dei tamburi
C’è una vita che inizierà / Quando domani arriverà! (les Miserables)