Libertà va cercando, ch’è sì cara …

Libertà va cercando, ch’è sì cara …

Secondo alcuni recenti sondaggi, il consenso degli Italiani verso la permanenza dell’Italia in Europa è crollato negli ultimi mesi.

Nel 2018 il 65% dei nostri concittadini riteneva giusto restare in Europa, oggi quella percentuale è scesa al 44%, con però una quota importante di persone (16% del totale) che hanno dichiarato di essere pronte a cambiare la propria posizione a seconda di quelle che saranno le decisioni UE sugli aiuti. Abbiamo quindi, potenzialmente, solo il 28% di Italiani che sono convinti che che l’Italexit sarebbe una scelta sbagliata.

Un dato eclatante (che, per inciso, spero sia opportunamente utilizzato dal nostro Governo come arma nelle negoziazioni con la UE) ma che non deve stupire più di tanto, conoscendo gli Italiani: a metà degli anni ’90 eravamo la nazione più positiva nei confronti della UE.

Dobbiamo però fare attenzione a non passare da un estremo all’altro, come spesso si rischia di fare con i ragionamenti “di pancia”.

Personalmente non escludo a priori un’ipotesi Italexit, ma vorrei cercare di capire che prezzo ci sarebbe da pagare: non penseremo mica che la “libertà”, sia gratuita, vero? Il percorso fatto dalla Gran Bretagna è stato lungo e, probabilmente, se oggi non ci fosse questa emergenza globale, sarebbe anche più oneroso di quello che non appare.

Ci sono tanti aspetti in ballo, ma oggi vorrei concentrarmi su uno in particolare, che ci aiuta anche a capire quanto possa essere difficile e quanto, tutto sommato, siamo noi per primi ad aver “abbandonato” la nostra Nazione.

Il debito pubblico

Parliamo del nostro debito pubblico: abbiamo sulle spalle un mostro da circa 2.400 miliardi di Euro, che costano circa 60 miliardi di euro all’anno di interessi (siamo intorno ad un 2,5% di costo medio del denaro). Come vedete qui non parliamo di rapporto debito/PIL, ma di valori assoluti.

In realtà da più di 20 anni anni il debito pubblico italiano cresce per effetto degli interessi, nel senso che il cosiddetto “saldo primario” (cioè la differenza fra entrate e uscite dello Stato prima del pagamento degli interessi) è positivo. Ma, purtroppo, mai abbastanza per pagare tutti gli interessi maturati, con la necessità quindi di emettere del nuovo debito (che a sua volta porterà nuovi interessi ed aumenterà la necessità di produrre un saldo primario).

Come si vede dalla tabella, la differenza fra quello che generiamo e gli interessi è in discesa: se nel 2015 mancavano all’appello 42 miliardi di Euro, nel 2019 siamo scesi a 30 miliardi.

Questo è il primo, grosso problema, che ha in realtà solo due possibilità di uscita: ridurre il debito o ridurre il costo del denaro. Sulla prima abbiamo visto che è difficile, mentre per la seconda tutto dipende dalla percezione del rischio che ha di noi chi compra un BTP italiano: al crescere del rischio, cresce l’interesse che devo offrire sul mercato (questo è, essenzialmente, il concetto dello spread).

Le scadenze che ci aspettano

Il problema del debito pubblico non riguarda solamente il suo ammontare complessivo (che già quello, basterebbe) ma anche la sua scadenza: poiché il prezzo che devo pagare al mercato viene stabilito nel momento dell’emissione, per poter agire devo conoscere la distribuzione temporale ed il costo del mio debito nei prossimi anni.

Dalla tabella emerge che abbiamo una scadenza del debito a breve termine abbastanza elevato, considerando che il 54% si chiuderà entro il 2025. Ma c’è di più: poiché quanto più i collocamenti sono a lungo periodo, tanto più il tasso di interesse sale, abbiamo una porzione di debito importante (se sommiamo anche quella oltre il 2035) sulla quale paghiamo tassi di interesse oggi molto elevati.

Questa tabella serve anche a capire meglio che cosa voglia dire uscire dall’Europa. Non possiamo infatti fare finta di non essere inseriti in un sistema finanziario internazionale che, censurabile fino a quando si vuole (e lo è) è comunque il “soggetto” con il quale dobbiamo confrontarci, perché compra il nostro debito, cioè finanzia il fabbisogno dello Stato per far fronte ai suoi costi.

Uscire dall’Europa significa essere pronti a vedere i costi delle emissioni italiane schizzare verso l’alto: fra il 2020 ed il 2022 abbiamo circa 730 miliardi di debito in scadenza, da rifinanziare, che oggi ci costa un 1,83% medio in termini di interessi (13,4 miliardi all’anno): basta che il nuovo tasso di interesse da offrire sul mercato debba essere il 3,5% che avremmo già raddoppiato il costo.

Ce lo possiamo permettere?

La risposta a questo quesito è quella che mi ha fatto affermare che noi per primi abbiamo “abbandonato” la nostra Nazione.

La quota di debito pubblico che è sottoscritta da privati e famiglie italiane è molto bassa ed ha avuto un tracollo negli ultimi quattro anni, che sono tra l’altro quelli in cui è cresciuta la critica verso l’Unione Europea e la finanza internazionale.

Lo scenario è ancora peggiore se andiamo indietro negli anni: nel 1993 la percentuale di debito che era direttamente controllata dai cittadini era il 54,5% del totale (430 miliardi di euro), ma ancora nel 2008 era del 22% (circa 300 miliardi).

Si potrebbe pensare che questa situazione non sia figlia di una scelta, ma di una condizione: la minore disponibilità di denaro da parte degli Italiani.

Purtroppo non sembra essere così.

Nel periodo fra il 1999 ed il 2019 il risparmio privato italiano è cresciuto in termini assoluti, passando da 500 miliardi ad oltre 1.400 miliardi (di questi, il 75% in capo alle famiglie). Nel solo 2019, mentre la quantità di debito pubblico detenuto dai privati scendeva da 107 a 77 miliardi (-30), il depositi bancari sono cresciuti da 1.332 a 1.409 miliardi (+77).

Riappropriarci del nostro debito

Ancor prima di pensare ad una Italexit, probabilmente occorrerebbe porre le basi per riportare una quota consistente del risparmio privato italiano sui titoli di stato, magari costruendo delle emissioni ad hoc, con scadenze di lungo periodo e con una compensazione fra minori interessi e facilitazioni di natura fiscale.

L’effetto di queste emissioni sarebbe quello di preservare il costo del debito da oscillazioni esterne e ridurre il carico degli interessi che – abbiamo visto – sono uno degli elementi che vanificano il saldo primario annuale che viene generato da incrementi di tasse e tagli della spesa.

Un secondo effetto, laddove queste emissioni consentissero di coprire interamente il fabbisogno dei primi 2 anni (servirebbero 500 miliardi) , sarebbe quello di ridurre automaticamente anche il costo delle altre, perché a quel punto l’Italia andrebbe sul mercato a collocare i propri titoli non per necessità (“se non lo faccio, non ho i soldi per andare avanti”) ma per opportunità (collocamenti a scadenze più lunghe e tassi più bassi).

Uno dei problemi del collocamento di titoli di durata elevata a basso rendimento è anche dovuto al fatto che le persone hanno necessità di investire sapendo che avranno un ritorno economico ma anche la possibilità di smobilizzare i soldi senza perderli in caso di necessità. L’emissione di un titolo che garantisca il pieno rimborso del capitale dopo 20 anni è un fattore di rischio troppo elevato per chi vuole avere la tranquillità di poter riavere i propri soldi in ogni momento.

Per venire incontro a questa esigenza, si potrebbe pensare a titoli con scadenze intermedie ed un tasso di interesse crescente, che premia il soggetto che li tiene fino alla fine. Anche considerando che non è credibile che il costo del denaro rimanga così basso per i prossimi 30 anni, i rendimenti potrebbero essere fissi per i primi 5 anni, quelli in cui il risparmio in termini di interessi è più importante per interrompere la crescita costante del debito, per poi essere agganciati a qualche parametro diverso (da studiare) e/o ad una sorta di premio per il contributo portato (per esempio: oltre al rendimento fisso, ridistribuisco fra questi titoli il 15% del risparmio netto in termini di interessi che ottengo su tutto il debito).

Quelle sono solo delle considerazioni generali. Il tema è ovviamente molto complesso e più esteso di quanto non lo si sia semplificato qui.

Dobbiamo informarci bene prima di ragionare e dobbiamo essere pronti (chi può, ovviamente) a fare la nostra parte, senza delegare a terzi: gli slogan. che troppo spesso ci entusiasmano, sono pericolosi.

Ciò non fa venire meno le responsabilità di chi ci ha portato fino a qui e di chi ha tutto l’interesse a che l’Italia continui questo percorso di autodistruzione finanziaria. Ma non diamo solo la colpa agli altri, perché noi per primi abbiamo lasciato da soli la nostra Nazione.

E anche questo è un aspetto di cui tenere conto.

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