L’uomo del futuro

L’uomo del futuro

“Allora io vado”
“Non prendere freddo…guarda che alle 5 c’è la visita al bambino”
“Sììì; me l’hai già detto 4 volte: faccio in modo di esserci, anche se sarebbe una cosa che puoi sbrigare da sola…”
“E certo! Quando si tratta di impegni seri, te non ci sei mai! E’ un grande esempio per nostro figlio la tua bravura nell’arte di defilarsi, di demandare. Comunque non importa, me la caverò come sempre, facendo il meglio che posso a farti sparire davanti gli impegni fastidiosi”.
“Eccofatto. Una semplice visita di routine trasformata in dramma domestico, in negligenza paterna…e tutti i bei rimproveri che vengono dai classici del femminismo”.
“Vabbè, dài…ad ogni modo non è un problema. Piuttosto per il pranzo ti ho messo sul tavolo le cose da portar via: nel contenitore trasparente c’è un po’ del minestrone di ieri sera (che ti è piaciuto; tanto è buono anche freddo), poi una fetta di frittata di zucchini, due minipanini alla curcuma, una banana e una lattina di “Enterprise”…”
“Ma la frittata mi unge tutto!”
“No: l’ho confezionata con carta e pellicola…lì ci sono i tovaglioli “Ultrassorby”: usali!”
“Mi ci hai messo anche i fazzolettini detergenti? Certe volte non ho neanche il tempo per lavarmi le mani”
“Ah, già! Ecco cosa mi ero dimenticata!”
“…Puoi mettermi tutto in quella borsina che ti ha regalato tuo papà…sai quella termica con gli scomparti?! E’ comoda anche per metterci dentro tutto – quando finisco – poi la faccio sparire da qualche parte: non ho voglia che, magari, si vedano in giro tracce di pranzo”
“Sì”
“Bèh…le chiavette le ho prese, i documenti ce l’ho…ma il bambino dorme ancora?”
“Sì, se vai a salutarlo stai attento che non si svegli: ieri pomeriggio ha giocato 4 ore coi suoi amici a “Scassapirata-on-line” ed è stanco morto”
“Ah, ecco perchè ieri sera non stava in piedi e a tavola sembrava stravolto!”
“Non ha voluto che te lo dicessi: ha paura che lo rimproveri di perdere tempo…tanto lo sai che è così…piuttosto: le sigarette l’hai prese?”
“No, guarda, preferisco non fumare. Almeno quando esco me lo godo di più. Eppoi mi fanno storie se mi allontano per qualche motivo”
“Mi spiace, ma in fondo è meglio: tutta salute guadagnata. Guarda come stai bene con la camicia celeste…hai fatto bene a cambiarti”
“Beh, ciao. Dammi un bacino, vieni”
“Sì. Non fare troppo tardi, se puoi. E non ti preoccupare per la visita, la registro”
*****
“mammaaa! mààà!”
“Sono qui, cosa gridi! Buongiorno, tesoro”
“Papà è già andato via?”
“Sì, è già al lavoro. Mi raccomando, parla piano, che la cameretta non è ancora isolata acusticamente…se facciamo chiasso si sente tutto e poi lo licenziano”.

Come possiamo chiamare “lavoro” o “studio”, questo?
Immagini di volti perduti nell’etere, coscienze che si occupano di registrazioni virtuali; prestazioni intangibili pagate con moneta elettronica o conoscenza ipotetica, erogate senza spostarsi dallo stesso luogo destinato al ritorno, al riposo, al privato.
Quali gli effetti del nostro intervento, nel NuovoMeccanismoEconomicoCulturale?
Chi sono, in realtà, i beneficiarii (semmai esistano davvero)?
Retribuiti (istruiti) per non esistere, se non attraverso funzioni di luce elettronica: protagonisti impalpabili di un film tecnologicamente avanzato. In attesa che un distributore di concreti beni materiali, realizzi il prodotto richiesto direttamente a casa nostra, con una stampante in 3D; in attesa che una megaRete globale colmi il vuoto delle nostre anime con un compagno di vita affettiva olografico.

Buona fortuna, uomo del Futuro.

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