
Per fortuna c’è ancora chi ragiona

Non so se ne hanno parlato i Tiggì a reti unificate, ma ho i miei dubbi.
Questo è quanto dice Franco Gabrielli cioè il capo della Polizia.
Io non so se tanti italiani si rendono conto che governanti abbiamo e di chi siamo in mano.
No.
Questo è un governo di sinistra, democratico e composto da personaggi votati e sostenuti da gente che dice di essere di sinistra.
La più grossa barzelletta del secolo.
Mandiamo a casa questi personaggi al più presto.
Di danni ne hanno fatti già fin troppi.
My opinion, as usual, of course.
Buona lettura.
La meraviglia di certi paradossi. È stata la polizia e il ministero delle polizie a evitare che l’Italia diventasse uno stato di polizia dove uomini in divisa possono entrare a qualunque ora nelle abitazioni private per verificare il numero di quanti siedono intorno ad un tavolo o davanti a una tv per vedere una partita della Champions. La bella notizia è che quando la polizia difende i diritti, significa che la democrazia è matura e salda. La brutta notizia è che due ministri, forse tre, siano arrivati a sostenere la misura dei controlli a domicilio anteponendo il diritto alla salute (articolo 32 della Costituzione) a tutti gli altri diritti fondamentali previsti dalla Carta.
L’entrata in vigore dell’ultimo Dpcm, quello della stretta per scongiurare un nuovo lockdown, continua a regalare retroscena inaspettati. Del nuovo Dpcm si parlava ormai da metà della scorsa settimana e siti e giornali ogni giorno potevano arricchire le loro cronache. Il dato che il 75% dei nuovi contagi origina in contesti familiari è uno di quelli che più ha fatto riflettere esperti e politici. Poi succede che domenica sera il ministro della Sanità Roberto Speranza va ospite da Fabio Fazio e dice che «i party privati dovranno sottostare a controlli», nel caso anche usando lo strumento della delazione tra vicini di casa. Il giorno dopo il panico si mescola all’incredulità. «Macché dai non l’ha mica detto…». Conte è in missione a Taranto. Nel pomeriggio tardi si devono riunire a palazzo Chigi i capi delegazione e poi il governo e le regioni, per definire i passaggi del Dpcm. Atteso per quella sera. Come poi sarà.
Arrivano dunque a palazzo Chigi, lunedì dopo le 18. Conte è di ritorno dalla Puglia. Ha fretta di tornare perché gli giunge notizia che i ministri Speranza e Franceschini vogliono fare sul serio. Vogliono veramente inserire nel Dpcm, che è un atto amministrativo e non una legge primaria, una forma di controllo dei party privati, in casa e non solo. Il premier vacilla, sa di andare incontro ad un casus belli. Ed ecco che coinvolge il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese per avere un parere che chiarisca perché questa forma di controllo non è possibile. Di più: anticostituzionale. Da notare che fino a quel momento Lamorgese, ministro dell’Interno tecnico di un governo politico, non è mai stata coinvolta in nessuna delle riunioni preparatorie del Dpcm fin lì convocate. Il prefetto Lamorgese, già seccata e non da quel giorno per questa “dimenticanza”, coinvolge a sua volta per un parere tecnico il capo della polizia, il prefetto Franco Gabrielli. Che produce nel giro di un’oretta un appunto che spazza via ogni dubbio per “questioni di ordine giuridico” e altre di natura pratica. Quest’ultime così sintetizzabili: le forze dell’ordine, tutte, hanno già abbastanza da fare nel contrasto dei reati, la gestione dei flussi migratori e ora anche delle norme di contenimento anti-Covid, che non possono essere coinvolte in controlli che «potrebbero nascere da meccanismi delatori, rivalità e dissidi di vicinato»