
Trasporto pubblico: another Bus on fire

Ormai lo hanno capito anche quelli di ritorno. Le tanto decantate privatizzazioni dei servizi pubblici, dai trasporti alla sanità ai servizi sulle reti alla previdenza (non ancora ma ci stanno tentando in tutti i modi) hanno provocato una catastrofe storico sociale in Italia.
Tralasciamo il ben noto caso delle autostrade, impraticabili ormai per manutenzioni poco efficaci, per costo, per tempi di percorrenza per servizi stessi (ci sono distributori di energia elettrica sulle autostrade? O di metano o di gpl in modo adeguato? No. Però il Camogli lo trovi dappertutto), e introduciamo il trasporto pubblico locale.
Come ben sappiamo, al grido di “lo vuole l’Europa”, anche il TPL ha avuto la sua evoluzione: le autorità locali dovevano mettere a gara i servizi di trasporto pubblico. La gestione ed il coordinamento, invece, restava alle “Agenzie”, interne od esterne poco importa, a seconda se si dovevano distribuire cariche e prebende o meno, il cui dovere fra le altre cose era quello di mettere a gara il servizio stesso, fosse cittadino, provinciale, regionale.
Fra le condizioni che sono state inserite in tutti i bandi di gara, troviamo “l’età media dei mezzi” che doveva essere abbassata di anno in anno riducendola attraverso la rottamazione di mezzi vecchi e l’acquisto di altri nuovi, talvolta compresi nel corrispettivo messo a gara dall’amministrazione, talaltra finanziati a latere con leggi nazionali e regionali. In alcune regioni il costo era nel corrispettivo, in altre invece la copertura della rotazione era a carico del pubblico con finanziamenti dell’Amministrazione o anche con leggi nazionali. In quelle regioni la rotazione dei bus finiva per essere pagata quasi completamente dal contribuente, non con il corrispettivo chilometrico (anche quello ovviamente è pagato dal contribuente), non con l’acquisto dei titoli di viaggio (a carico dell’utenza) ma con finanziamenti pubblici. Per i quali alcuni fanno pure la ruota di fronte al pubblico ignaro.
Conseguenza? Tutti i reparti manutenzioni sono stati di fatto chiusi, serados, closed. In quei reparti lavoravano migliaia di artigiani di primissimo livello, che naturalmente sostenevano famiglie, consumavano, acquistavano le lor prime case e, dunque, contribuivano molto attivamente al PIL locale e nazionale.
Miopia economico sociale innanzi tutto ma anche avvelenatori di pozzi a cui non riusciremo mai a chiedere i danni. Fatto sta che i bus, i tram, i filobus, mantenevano un programma manutentivo talmente accurato che non ricordo un guasto eccezionale che è uno nei decenni, ed i mezzi fortemente incidentati, quasi irrecuperabili, grazie ai reparti degli elettricisti, dei motoristi, dei carrozzieri, dei falegnami e degli arredatori interni, dei meccanici, rientravano in strada talmente nuovi che la motorizzazione li omologava come tali.
Solo il turn over era basso ed il mercato dei bus non girava gran che. Il che però lasciava spazio a piccoli artigiani del settore, quali ad esempio Mauri. Mercato finanziario e commerciale, ovviamente, al palo. E non poteva andare bene nella nuova Italia Milton Friedmaniana. Ecco dunque “l’eta media bassa”, ecco “la manutenzione costa troppo”.
Ed ecco anche i bus che prendono fuoco a ripetizione. L’ultimo oggi a Genova, ma solo a Roma nel 2019 sono una trentina, a Torino almeno quattro/cinque, così come a Milano ed ancora a Genova, altri ancora a Venezia, in Sicilia, in Campania, a Perugia. Una cinquantina di mezzi andati a fuoco in tutta italia per un turno over feroce di mezzi nuovi, provenienti per lo più da Turchia, Cina, Corea, con manutenzione ridotta ai minimi termini e, fortunatamente, ancora senza vittime. Ma quanto potrà durare questa fortuna? E’ la storia delle Autostrade che si ripete in un altro settore strategico. Tanto paga sempre Pantalone.