TROPPO BEYOND?

TROPPO BEYOND?

State tranquilli, amici di Beyond Genoa, non starò a dirvi anche io di #restareacasa.

Non lo farò, e non perché non mi fidi delle preziose indicazioni di scienziati, medici e governanti. Mi fido eccome, e rispetto da cittadino coscienzioso i loro consigli e le loro prescrizioni, con buon senso e prudenza. Non lo farò semplicemente perché la casa a cui tutti loro si riferiscono, anche ad estenderla al mondo intero, non è in fondo quella che davvero mi scalda il cuore. La casa che a me preme di trovare, per restarvi, e non solo in tempi di pandemia, è quella della preghiera incessante. Vi ho lasciato sgomenti? Probabilmente sì.

Intendiamoci. Non la preghiera esteriore, la ripetizione di Ave Maria e Padre Nostro, o di mantra buddhisti o di sure del Corano, o fate voi, ma la vera preghiera, che è l’ascolto della Parola. Ed anche qui bisogna intendersi, non la parola pronunciata da preti, guru o presunti santoni – anch’essa può aiutare, a patto di non dimenticare mai la povera e fallace umanità di cui tutti siamo impastati – ma la nuda Parola, quella che chiunque vi si applichi può ascoltare, perchè da sempre E’ e risuona nella casa del cuore, avvolta di silenzio.

Secondo la tradizione ebraica la prima Parola che Dio rivolge ad Israele è “Shemà, Israel” ovvero “Ascolta, O Israele”, cui segue “il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno”. La fede si trasmette dunque innanzitutto con l’ascolto. Vale anche per le fedi mondane, come il nostro Genoa, in cui i nostri avi, ben prima di portarci a “vedere” il Genoa, ce ne hanno parlato. Ma come si fa ad “ascoltare la Parola”?

Diciamo intanto che ogni vero ascolto presuppone sempre una certa capacità nell’ascoltatore, come se quest’ultimo fosse un otre e la Parola (o le parole) un buon vino. Per ascoltare bisogna dare spazio, fare vuoto in sé stessi. Lo insegna il buon senso, così come anche tante tradizioni, occidentali e orientali. La storiella zen del monaco buddhista che accoglie in monastero l’aspirante novizio servendogli del tè è piuttosto nota. Continua a versargliene fuori dalla tazza anche quando questa si è riempita fino all’orlo e, di fronte al suo sgomento, inizia ad ammonirlo per la sua stessa eccessiva “pienezza”, che gli impedisce ogni avanzamento spirituale. Beati i poveri di spirito, qualcuno dirà, infatti.

Similmente ma non troppo, per la tradizione cristiana la kènosis (κένωσις) è l’auto-svuotamento del Logos, eternamente vivo, nell’incarnazione. Peccato che l’incarnazione porti con sé la morte, lo sappiamo, o almeno così si dice. Ma mi chiedo, abbiamo davvero una coscienza stabile del poter morire – detta in altro modo, siamo pienamente incarnati – o questa consapevolezza è forse stata, e viene sempre ad ogni momento, astutamente rimossa dai nostri cuori? Non è forse vera la seconda? E se credete che questa dimenticanza sia un frutto di un’epoca per molti aspetti dissennata come la presente, beh vi sbagliate, perché è così da sempre. (“Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto!» Gen 3, 4)

Come dunque non fremere di paura per il corrente microbo, che viene a minare le nostre illusorie certezze? Ascoltando la Parola incessantemente, io dico, restandovi centrati, pur nelle mille incombenze di ogni giorno. Perché la Parola oltrepassa la morte, semplicemente. La attraversa. Trasfigura, con la sua fedele presenza, anche ogni piccola morte della nostra vita, dalla più insignificante sofferenza alla retrocessione del Genoa (Dio non voglia!). Senza consapevolezza della Parola, ogni attaccamento ci terrà in cattività, pronto a farci tremare di paura, sempre.

Pratico il Tai Chi Chuan da vent’anni, e gli insegnanti di quest’arte marziale tradizionale cinese mi fanno lavorare sul “dankai”, l’asse energetico interno. E’ difficile esprimere a parole cosa questo sia, ma per quanto invisibile ed ineffabile, resta il fatto che dopo anni di pratica ho scoperto che la “cosa” di cui parlano esiste, vera come è vero il Grifone, ed in più opera con grande efficacia (decisamente meglio di Preziosi sul mercato allenatori, ad esempio). Nella pratica del Tai Chi se ti abbandoni all’agire dell’asse interno, il movimento si fa da sé. Dopo decenni di disciplina ed esercizi, il praticante avanzato giunge a non aver bisogno di “fare” nulla. I cinesi parlano infatti di “wu wei” (non azione). Che poi non è proprio un non far nulla, ma è un “non fare nulla in più di ciò che va fatto”, ovvero un “farlo al momento opportuno”. L’asse energetico opera seguendo la tua intenzione (lo “yi”, che potrei malamente tradurre con “pensiero creativo”) e indirizza il “qi” (il soffio vitale) che a sua volta muove il corpo (se a suon di anni di pratica lo hai sufficientemente sciolto e non sei “redeno”, va da sé). In tal modo il movimento del Taiji non si fa, ma “accade” nel praticante.

La cosa carina è che l’asse interno, sempre secondo questa disciplina, è vuoto, completamente vuoto. Guarda caso. Vuoto come il vuoto della metafisica buddista dell’indiano Nagarjuna, di cui il fisico Carlo Rovelli ha scritto in “Lezioni di fisica buddhista: le cose sono solo relazioni”, probabilmente quello stesso vuoto dalla cui “oscillazione” si originò e si espande, anche in questa pausa da corona-virus, l’intero universo, almeno secondo le più accreditate teorie astrofisiche. E’ lo stesso vuoto che ci mette in comunione e in ascolto della Parola.

Abbiamo una paura fottuta di perdere il corpo, come se questo fosse tutto ciò che abbiamo. E finché non troviamo il modo di ascoltare la Parola, rendendone l’ascolto sempre più stabile, in un certo senso è proprio così. Perché i mille pensieri ed emozioni che ordinariamente si affastellano nell’arco delle nostre giornate (la psiche) non sono invero granché distinti dal corpo, e se ci identifichiamo con essi restiamo sempre abbastanza del gatto. Urge quindi trovare un’altra via.

A me ha sempre interrogato molto l’affermazione del Cristo: “Il Regno di Dio è vicino”. Fraintesa spesso in senso escatologico, credo che il Cristo intendesse dirci altro. Immagino il mio corpo, le mie emozioni, i miei futili pensieri quotidiani e l’infinita vanità della scena del mondo, che così spesso mi riempiono, come fossero posti su un asse cartesiano, via via sempre più distanti dall’origine dello stesso. Il Regno è lo stato che si trova lì, nel sempre vicinissimo punto 0.0, mentre io illuso lo cerco (quasi sempre, anche inconsapevolmente) guardando molto lontano, oppure lì nel mezzo, insomma sempre “fuori” (da cui l‘espressione che sovente mia moglie mi rivolge: “oh, Meister, ma sei fuori!”).

Questa epidemia, oltre ai morti e alle sofferenze psichiche e materiali che ne seguono, mi pare che porti un tempo nuovo e propizio. Una buona occasione per fare spazio nelle nostre vite, come uno sgombero del solaio sempre rimandato, un tempo da affrontare con la fiducia che il nuovo vuoto che vorremo accettare operi presto prodigi nelle nostre vite per divenire fecondo in quelle degli altri.

Sta oltre il muro della noia, delle abitudini, delle ideologie, della cultura, del potere, delle istituzioni, delle umanissime illusioni, quel vuoto di cui parlo. Fa paura guardarci dentro, anche, ma è una paura diversa da quella che ci impone il mondo. E’ una paura che prendendovi confidenza scompare. Un umano impaurirsi a cui segue sempre il “Non temere!” che nel nuovo testamento risuona tante volte ad opera dei messaggeri celesti o del Cristo, rivolto a Maria e ai pastori all’annunciazione o ai discepoli dopo la resurrezione. C’è. Basta saperlo ascoltare.

Che possa essere per tutti una occasione per #tornareacasa più che per #restareacasa, questo belin di virus.

Che dite, sono andato fuori tema? Troppo Beyond?

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