Un Ponte, un’Inaugurazione e tanta Ipocrisia

Un Ponte, un’Inaugurazione e tanta Ipocrisia

Mi ero appisolato per un paio d’ore in orario non usuale e sapete cosa succede a volte vero quando ci si sveglia?
Si è in quello stato in cui non si capisce più un belino, dove si è, che ora sia, se sia giorno, se sia notte.
E tutto questo dopo magari aver fatto i sogni più strani: ero con Sgarbi, perchè eravamo anche amici, pensa te.
Mi ha svegliato un rumore di fondo, visto il silenzio che di solito circonda il luogo dove vivo, un brontolio di qualcuno che stava parlando a un microfono e la sua voce arrivava alle mie orecchie per via di altoparlanti.
Dovessi dire, quel suono mi ricordava quelle feste di paese, dove il presentatore annuncia l’estrazione dei premi e dei vincitori di qualche lotteria di beneficenza, ma siccome ho frequentato poco, mi ricordava gli altoparlanti del Luna Park, specie quelli degli “Autoscontri”.
Lì ci andavo sovente da bambino o poco più. A Sestri venivano spesso, accompagnati dalle canzoni dei Rokes o di Caterina Caselli mentre si susseguivano i BAM! delle macchinine elettriche che si scontravano l’un l’altra.
Nell’aria odore di Pop Corn e di caramello.
Lì ci si divertiva almeno o ci sembrava di divertirci e si restava ammirati dai “fighi” di allora che guidavano quelle macchinine non da seduti, ma chi in piedi chi messo di traverso, con una mano sul volante e l’altra tenuta distante, gesto che dimostrava nonchalance e padronanza del mezzo.
Erano i “bulli”, ragazzi o meglio giovanotti che così facendo facevano spalancare gli occhi a ragazze e ragazzine, estasiate alla vista di tanta mascolinità. A pensarci oggi, erano soltanto un branco di buzzurri vestiti in maniera orrenda.
Erano gli anni 60 ed incominciavano i 70.

Oggi sentendo quelle voci e quelli altoparlanti ho pensato che ci fossero altri buzzurri, ma questa volta ben vestiti nei loro completi blu e nei tailleur o negli chemisier d’ordinanza.
Allora ho acceso il Mac e ho voluto approfondire un po’ la cosa. Primocanale, e parte la diretta streaming.
Forse era meglio se rimanevo con le mie fantasie.
Non sto discutendo la bellezza e l’importanza dell’evento, è stato appena inaugurato non un ponte ma Il, Ponte.
E non solo per noi genovesi.
Ma vedere certa gente, certe facce e tutte “mascherinate” mi ha fatto pentire di aver acceso il Mac.
Già, le mascherine. Sarà una mia fissazione visto quanto le detesto e le considero una terribile presa per il culo, ma adesso sono diventate pure un segno distintivo.
A seconda di chi le indossi, hanno un simbolo, un marchio e ben riconoscibile che identifica il rango e l’appartenenza a qualche ente o carica di Stato.
Non so se su quella dei Porporati ci sia scritto INRI o Vaticano SpA.

Non do giudizi sui “discorsi” e su chi li ha pronunciati, onestamente non mi interessa.
Mi ha colpito tuttavia uno in particolare, o almeno un paio di parole citate visto che subito dopo ho tolto l’audio: quelle di Conte, di Giuseppi.
Pronunciare il nome di Calamandrei dopo tutto quello che sta facendo e ha fatto Giuseppi, denota un coraggio da Leone. Non l’ex Presidente napoletano.
Se Calamandrei da lassù avesse le possibilità e i mezzi che aveva Zeus, mi ci gioco una spuma che sarebbe partito un fulmine.
ZAC! E ciao ciao Giuseppi.
Non si può citare Calamandrei e andare avanti a forza di DPCM e di lockdown, caro Avvocato del Popolo.
E le dico a lei ma anche a tutti quelli che si sono prodigati nel ringraziare le così dette maestranze, che durante il periodo del lockdown, deciso da lei caro Giuseppi, queste persone sono rimaste e forzatamente a casa per due mesi. Non hanno lavorato. E aspettano i soldi della cassa integrazione ancora adesso.
Cosa di per sè già sufficientemente schifosa e indegna di un paese che si definisce civile e democratico.
Se poi la uniamo al fatto che questi lavoratori e che si sono spaccati la schiena per davvero si son dovuti pure comprare la mascherina, la cosa diventa nauseante.
Nessuno glie ne ha fornite. Vista la polvere, il sudore e i pochi soldini in tasca, ogni due tre giorni la si lavava.
In casa e appena asciutta, si ripartiva.
Anche questo è Il Ponte San Giorgio. Anche questo è il Paese che riparte, cari Giuseppi e Giuseppe.

A proposito di Giuseppe, oltre a quella che ha più cognomi che pensieri intelligenti, c’era anche quella signora, quella tirata a sorte per ricoprire la carica di Ministro e pure dei Trasporti.
A questa qui le auguro di aver trovato quella cosa che trovano i genovesi e i liguri ogni, santo, giorno.
Spero sia rimasta imbottigliata e per ore in coda, e sarebbe stato comunque un gran culo visto che la giornata è nuvolosa e anche fresca.
Il Presidente della Repubblica non credo abbia corso e corra di questi rischi visto che oltre a ripartire per primo ha avuto ben poca strada da fare lui e la sua bella scorta di auto blu.
Dal Ponte all’Aeroporto Cristoforo Colombo non ci sono più di 7 minuti di strada.
Questo normalmente, in giornate di traffico normale.
Presumo sia stato agevolato anche in questo: strade libere e liberate da decine di Vigili e affini.

Mi dicono che sia apparso e propio nel momento clou un Arcobaleno meraviglioso.
Un segnale indubbiamente.
Si vede che Lassù c’è stata un po’ di baruffa, un po’ di discussione visto che la giornata non si presentava di certo come la più adatta in tema di clima.
Probabilmente è passata la linea buonista e comunque alla fine chi decide è sempre il Capo.
Forse oggi si può dire con quasi assoluta certezza che Dio è buono.
Lo è stato.
Troppo.





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